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… e ai loro designer
di La Redazione di InTheNet
Diciamocelo: chi viaggia con zaino in spalla o pensione/stipendio italiani fatica già a pagarsi il volo, soprattutto da quando molte compagnie – per la pandemia o le sanzioni – hanno dovuto smettere di fare concorrenza a quelle europee e alle arabe, le quali sono state così ‘consumer friendly’ da far lievitare i prezzi, peggiorando nel contempo i servizi per i clienti e le condizioni di lavoro del personale viaggiante (le vertenze in Ryanair e Qatar Airways sono solo due esempi).
Le compagnie – anche un tempo serie – propongono ora autentici viaggi della speranza: da uno si è arrivati a quattro scali per percorsi con tratte che passano dal ‘Polo Nord per raggiungere quello Sud’, o con tempi di attesa fra i voli quasi biblici: 14 ore tra due tratte da 6 (un esempio: Oman Air, da Bangkok a Malpensa).
L’esito di tali operazioni, oltre a far rimpiangere Aeroflot, è che dalle rape non puoi comunque cavare il sangue! E se il pensionato o lavoratore italiano resta parcheggiato a Muscat (dove una brioche riscaldata al microonde e un caffè americano annacquato costano tranquillamente 20 euro), non andrà comunque in hotel (in due persone: 160 euro fino a 12 ore dato che, negli aeroporti, si paga come nei motel delle prostitute, a ore appunto) ma cercherà un comodo divanetto o una chaise longue dove rifugiarsi.
Diventi anche tu come quegli anziani di Bangkok – poveri, persi, con due occhi immensi, che a volte ti guardano spauriti e increduli di essere finiti così, e a volte non possono nemmeno vederti con pupille spilliformi bruciate dagli stupefacenti (e non certamente dalla cannabis/camomilla con lo 0,2% di Thc legalmente in commercio). Come quegli anziani (forse anziani, dato che nel Sud del mondo si invecchia prima) che affollano la Ratchadamnoen Klang Road, giustamente intorno al cosiddetto Democracy Monument, in attesa del pasto serale distribuito da giovani cortesi, mentre cercano un pezzo di marciapiede libero, abbastanza illuminato da infondere sicurezza e abbastanza buio da farti dimenticare di vivere – almeno per qualche ora. Come quegli anziani che si avvicinano gli uni agli altri per darsi manforte, ma restano lontani dai passanti, come per non disturbare, circondati da ombrelli per inventarsi un po’ di privacy, o stesi sotto il telo interno di un igloo per sfuggire alle zanzare e agli insetti (i più fortunati: una mamma con la sua bambina).
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Ecco, come ‘clochard di lusso’, siamo qui. Centinaia di ‘poveri’ viaggiatori in cerca di un divanetto perché il pavimento a quest’ora è inzozzato del traffico umano di un’intera giornata o è solcato da dispositivi di ogni genere e tipo che spazzano, lavano e lucidano marmi e parquet con sirene e luci arancioni ad avvertire del loro passaggio. In cerca di un luogo abbastanza buio da concedere qualche ora di sonno, ma tempestati da abbaglianti fari da sala operatoria perfino dopo che l’ultimo volo è decollato e il prossimo è solo un miraggio, in questo deserto dove l’elettricità, come il petrolio, costa meno dei nostri pomodori (raccolti dai migranti clandestini e che, però, se li vogliamo sulle nostre tavole dobbiamo pagarli come se fossero distillati idroponici di una filiera virtuosa ed ecocompatibile). In cerca di un angolo dove circondarci delle nostre cose quasi fossimo nativi americani delle praterie, nel nostro Tipi, ma ossessionati ogni mezz’ora dalla voce preregistrata che avverte di non lasciare alcun bagaglio in giro perché altrimenti sarà portato via dalla security. Così all’angoscia del ‘mariuolo’ si unisce l’irritazione di sentire, a intervalli regolari, la frase ossessiva che ti fa sobbalzare ogni volta che la palpebra sta finalmente calando – nonostante le luci abbaglianti, la sirena del pulitore folle e i turnisti di notte che pare ci godano a instaurare un’animata discussione in arabo a due passi dai tuoi piedi o a urlare al telefonino mentre ti guardano, chiedendosi che straccione sei per sdraiarti con le loro donne delle pulizie, le straniere (soprattutto filippine) che ritroverai all’Exchange – la mattina dopo – mentre convertono le loro magre paghe prima di tornare finalmente a casa.
E così ti cali anche tu, un po’ inconsapevolmente, come il senzatetto Thai, in tutta questa umanità che, per la preghiera della sera, allaga i bagni con le proprie abluzioni; che appoggia piedi scalzi anneriti dallo smog o infilati in calzini, il tempi preistorici bianchi, un po’ ovunque (basta sollevarli qualche ora); che la mattina, mentre rimette in ordine il Sari, si soffia il naso con le dita nude, poi le sciacqua nei lavabi dove sputa di gusto il catarro della notte, prima di lavarsi quegli stessi piedi; che sostituisce il velo con la mascherina e la attacca a una cordicella come fosse un paio di occhiali che può togliersi e mettersi fino all’esaurimento del tessuto; che maschera la puzza di fumo con i deodoranti per l’alito, e la mischia a sudore, fritti e spezie, aglio che trasuda dalla pelle, polvere e piscio.
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Ma tutto sarebbe accettabile in questa umanità che diventa più umana proprio quando le barriere si abbattono e vedi il viaggiatore che aspetta l’autobus sedersi accanto al senzatetto a sussurrargli qualcosa – e non puoi immaginare in quale lingua comunichino; o osservi la donna col niqāb ridere e scherzare con l’altra, in jeans e maglietta, e anche allora ti accorgi di non sapere quale intesa possa accomunarle. Tutto sarebbe accettabile. Tutto, tranne i divanetti partoriti dalla mente diabolica del designer o dell’architetto vip.
Quelli che se ti cade qualcosa dentro, puoi morire prima di riuscire a ritrovarla, incastrata tra i listelli di legno come un’ape nel favo; quelli a onde e senza nemmeno spalliere, dove è scomodo sedersi e impossibile sdraiarsi a meno di non essere fatti di gomma; quelli talmente sottili, che nemmeno se fossi un’acciuga oseresti sfidarne la linea affusolata seguendone il profilo col corpo. E a quel punto davvero ti domandi a cosa servano una sedia, una poltrona, un divanetto: a complicare la vita del viaggiatore, a incentivare gli affari dell’hotel, o a dimostrare l’egotismo autoreferenziale dell’archistar? E a quel punto capisci perché viaggiare ti fa bene: ti ridimensiona, ti relativizza. E sai che se la sedia tornasse a servire solo il suo scopo, ce ne sarebbe abbastanza anche per i senzatetto di tutte le Ratchadamnoen del mondo.
venerdì, 28 febbraio 2025
In copertina e nel pezzo: Foto della Redazione di InTheNet.eu (tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione anche parziale)