
Il mondo multipolare avanza
di/traduzioni di Simona Maria Frigerio
Continuare a immaginare un Occidente egemonico è una pia illusione di alcuni, un incubo reale per altri. Giovedì 27 e venerdì 28 luglio, a San Pietroburgo, si è tenuto il secondo summit che riunisce Paesi africani e Federazione Russa intorno allo stesso tavolo e che si è concluso con una Dichiarazione finale congiunta nella quale si è ribadito il principio: “Soluzioni africane ai problemi africani” (1).
Questo poche ore prima che l’Eliseo tuonasse contro i golpisti nigeriani affermando che il Presidente Macron “non tollererà alcun attacco contro la Francia e i sui interessi” in Niger e risponderà “immediatamente e senza trattative”. Curioso che la Francia, sull’orlo di una crisi di nervi perché rischia di perdere l’ultimo Paese africano del Sahel sul quale eserciti un’influenza diretta (ufficialmente per fermare l’avanzata jihadista nella regione ma, in realtà, per continuare ad accaparrarsi a prezzi da lei imposti l’uranio, senza il quale Oltralpe faticherebbero a far funzionare le centrali nucleari), rivendichi “interessi” propri in uno Stato sovrano straniero e minacci attacchi – non supportati da alcuna risoluzione Onu. E qui apriamo una parentesi: perché l’Onu dovrebbe agire militarmente a mezzo Nato (o Francia) e non, se proprio, con una forza di interposizione formata da caschi blu provenienti dall’area geografica interessata dalle eventuali violenze? Una Francia che, tra l’altro, giustifica il suo coinvolgimento in Donbass con la difesa di un mondo basato sulle regole (che non ci risulta includano il mantenimento del dominio su risorse minerarie altrui). Curioso anche che, nonostante in questa Dichiarazione (più avanti), si affermi che gli Stati africani non vogliono intromettersi in questioni interne ai vari Paesi e di essere contrari alle sanzioni unilaterali, l’Ecowas – ossia la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale – abbia subito approvato sanzioni contro il Niger (e minacciato un intervento militare). Pare che i colpi di Stato siano considerati – dall’Unione Europea come dai loro omologhi africani e dagli States – come ribellioni legittime o prese di potere illegittime sempre a seconda degli interessi delle terze parti.
Il principio della “non-interferenza negli affari interni degli Stati” (in più punti ribadito ma ci chiediamo quanto solo formalmente) si unisce all’opposizione “all’applicazione extraterritoriale di leggi nazionali di uno Stato in violazione alla legge internazionale”. Al contrario, la Dichiarazione promuove “mezzi pacifici, quali il dialogo, le negoziazioni, le consultazioni, la mediazione e i buoni uffici, per risolvere le dispute e i conflitti internazionali”. Parole encomiabili che si scontrano, ad esempio, con il fatto che il popolo Sahrawi attenda da 40 anni un referendum e intanto è smembrato sia da un Paese occidentale, la Spagna, sia da uno africano, il Marocco. Nella Dichiarazione si prende posizione, come dicevamo, anche contro le sanzioni unilaterali e il congelamento dei fondi all’estero e si “riafferma che è inaccettabile l’uso del ricatto politico per costringere i leader dei Paesi terzi a implementare tali misure o per influenzare le scelte politiche ed economiche degli Stati”. Qui crediamo – ma è solo una nostra ipotesi – che i Paesi africani non stiano pensando alla Cina, come da accuse del recente G7, quanto alle ingerenze occidentali, non ultime in Sudafrica rispetto al summit dei Brics, e ai continui tour di ministri europei e statunitensi per cercare di allargare il numero dei Paesi che impone sanzioni alla Russia.
Un capitolo a sé è dedicato a un’altra pratica tipicamente occidentale, ossia il discredito contro alcuni “Stati per ragioni politiche”, e l’introduzione di “misure politiche o economiche restrittive adottate con il pretesto della difesa dei diritti umani”. L’accusa è molto pesante e le nostre ‘anime belle’ dovrebbero chiedersi come mai gli africani si oppongano “ai tentativi di certi Stati di usare accuse infondate di violazioni dei diritti umani quale scusa per interferire negli affari interni e creare disturbo nelle attività delle organizzazioni internazionali”. La non-politicizzazione di queste ultime è ritenuto elemento fondamentale (e ribadito in più parti).
Ma torniamo alla Dichiarazione in cui si riconosce il peso crescente dell’Africa sullo scacchiere mondiale e quale “un pilastro essenziale per il mondo multipolare” – ormai perseguito apertamente dall’asse sino-russo.
Interessante l’affermazione successiva, ovvero il volersi opporre al “neo-colonialismo, a condizioni imposte e ai doppi standard” per evitare che tali “pratiche impediscano agli Stati e alle popolazioni il diritto di fare scelte sovrane sui loro piani di sviluppo”. Il che si potrebbe tradurre come un monito a States e Ue di non cercare di porre freni alle economie emergenti con il pretesto di interessi superiori. Al contrario, gli Stati africani e la Russia confermano un impegno congiunto a “plasmare un ordine mondiale giusto e stabile basato sui principi dell’eguaglianza tra Stati sovrani, la non interferenza negli affari interni, il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e del diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione come previsto, tra l’altro, dalla Risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 14 dicembre 1960” (2). Ma anche il “bisogno di preservare l’identità e le risorse nazionali, la diversità culturale e di civilizzazione e di proteggere i valori tradizionali”. Il che prevederebbe che tutti accettassimo un sano relativismo, avverso da sempre sia alle società teocratiche sia all’Occidente contemporaneo che impone un illuminismo di maniera dimenticando il principio della tolleranza.
La Dichiarazione dà voce anche alle preoccupazioni riguardo alla “sicurezza alimentare globale, incluso l’aumento dei prezzi per il settore alimentare e i fertilizzanti” – causato da speculazioni e sanzioni connesse con la guerra in Donbass – ma anche per l’interruzione della supply chain – in parte dovuta alla pandemia ma oggi anche al braccio di ferro della Ue e degli States con la Repubblica Popolare Cinese. Riguardo al settore energetico, ma anche al problema dei cereali e dei fertilizzanti, Russia e Africa intendono cooperare e focalizzare i propri sforzi su “soluzioni pragmatiche, efficienti, consensuali e sostenibili” per garantire agli Stati africani la “sicurezza energetica, l’accesso a fonti energetiche moderne e pulite, per eradicare la povertà energetica e superare la carenza energetica”. Una preoccupazione, questa, che non tange gli europei visto il minimo interesse della Germania e della Ue a scoprire chi abbia attentato al Nord Stream 2 privandoci di una fonte energetica a basso costo, come il gas russo. Ma le aziende tedesche potranno continuare a essere competitive sui mercati mondiali attingendo al più costoso e più inquinante (in quanto da fracking) gas liquefatto statunitense da rigasificare?
Nella Dichiarazione si ribadisce l’opposizione a forme di nazionalismo aggressivo, neo-nazismo, neo-fascismo, afrofobia, russofobia, ogni forma di “razzismo e discriminazione razziale così come di discriminazione basata sulla religione, il credo o l’origine, la xenofobia e ogni forma di intolleranza – particolarmente ma non limitatamente – contro migranti, rifugiati, richiedenti asilo”.
Il punto 7 della Dichiarazione attacca l’uso di “strumenti e metodi unilaterali illegittimi, inclusa l’applicazione extraterritoriale di misure coercitive che aggirino il Consiglio delle Nazioni Unite, così come l’imposizione di approcci che ledono primariamente i più vulnerabili e minano la sicurezza alimentare ed energetica internazionale”. Anche il punto 8 riguarda le Nazioni Unite e, in particolare, il Consiglio di Sicurezza, del quale si chiede una riforma che “tenga conto delle realtà geopolitiche e della Common African Position basata sul 2005 Ezulwini Consensus (3) e la Sirte Declaration (4) al fine di rafforzare la rappresentanza dell’Africa nello stesso”. In parole povere non è una operazione di facciata e calata dall’alto come la cosiddetta decolonizzazione dei musei, che gli africani chiedono, bensì potere reale nei luoghi dove il potere si esercita. E si va ancora più nel concreto al punto 12 in cui si pretende giustamente di contribuire “alle organizzazioni regionali e internazionali e ai segretariati, sottolineando l’importanza di evitare di politicizzare le loro attività”.
A livello economico si parla apertamente di aiutare a “potenziare la partnership BRICS-Africa e istituire un dialogo tra Unione Africana e la Collective Security Treaty Organization (5) così come con la Shanghai Cooperation Organization”(6). L’Africa guarda quindi alla Russia ma anche alla Cina e ai Paesi asiatici. E mira ad aderire al G20.

Dal punto di vista dei finanziamenti si chiedono misure che alleggeriscano il peso dei debiti dei Paesi a basso e medio reddito, e “azioni concrete per riformare le politiche e le pratiche” delle Banche per lo Sviluppo al fine da permettere ai Paesi africani di raggiungere i loro obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Così come occorrerebbe riformare il WTO in modo tale che diventi un “sistema mondiale di commercio aperto, trasparente, inclusivo, e non-discriminatorio”. Non solamente si auspica, quindi, un rafforzamento della cooperazione economico-finanziaria con la Russia ma anche l’operatività di un’area di scambi commerciali liberi nell’intero continente africano che faciliti altresì il “trasferimento di tecnologia e incoraggi gli investimenti”.
Questi due ultimi punti ci paiono di grande interesse vista la volontà espressa dai G7 (7) di conservare un certo monopolio tecnologico (rispetto alla Cina ma non dubitiamo anche nei confronti di altri Paesi) e al problema degli asset russi congelati in Occidente che sta rendendo sempre meno allettante per Arabia Saudita, RPC, e altre potenze mondiali continuare a investire nel nostro debito pubblico, rischiando di vedersi, poi, bloccati tali fondi a causa di sanzioni unilaterali.
Nella Dichiarazione si affronta altresì il tema di combattere “la deumanizzazione, […] la cancel culture” e ovviamente l’appropriazione culturale, “inclusa la proibizione di parlare la propria lingua madre” – il che vale sia nell’Africa assoggettata alle lingue dei Paesi (neo)colonialisti sia ai russofili del Donbass o… agli altoatesini italiani.
A livello di disarmo, si chiede la “non proliferazione delle armi di distribuzione di massa” e si esprime preoccupazione per quelle batteriologiche. Ma anche per i progetti di armamenti spaziali, dato che lo spazio dovrebbe essere “preservato esclusivamente a usi pacifici e per il beneficio dell’intera umanità”. Rispetto alla sicurezza delle tecnologie di comunicazione, si intende lavorare per “stabilire norme legalmente vincolanti a livello universale” anche per prevenire i crimini nel settore informatico. Occorre altresì facilitare il superamento del divario tecnologico in questo ambito tra Paesi del Nord e del sud del mondo.
Sebbene si ribadisca in più punti il concetto dello sviluppo “sostenibile”, nella Dichiarazione i Paesi si oppongono “a qualsiasi misura unilaterale, al protezionismo e alla discriminazione” così che il sistema economico globale sia maggiormente orientato verso il raggiungimento dei diritti sociali ed economici, incluso il diritto allo sviluppo. Mentre l’Europa sembra votata all’implosione dovuta a una de-industrializzazione green, l’Africa rivendica il diritto a quel benessere diffuso che proprio il boom economico degli anni 60 portò in Occidente e rivendica i principi contenuti nella Third Industrial Development Decade for Africa (2016-2025), proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e focalizzata, come sappiamo, su fonti energetiche rinnovabili (8) e sull’accesso di tutti e tutte all’energia (in un mondo in cui ancora quasi 800 milioni di persone non usufruiscono dell’energia elettrica). E infine si condanna, definendolo ‘terrorismo’, qualsiasi “attacco contro qualsivoglia infrastruttura critica, incluse le infrastrutture energetiche”. Forse dovremmo affidare all’Unione Africana l’indagine sul NS2.
Finalmente, dopo mesi di pietismo europeo verso quei Paesi così poveri da aver bisogno del grano ucraino per sopravvivere o, meglio, delle briciole che cadono dalle nostre tavole occidentali su cui viene servito, si afferma di voler “promuovere la sovranità e la sicurezza alimentare per gli Stati africani” e lo “sviluppo di una produzione agricola sostenibile” nel continente. Come recita il proverbio: dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.

La cooperazione tra Russia e Unione Africana proseguirà anche in campo educativo e nel rafforzamento di “sistemi sanitari nazionali” per fronteggiare epidemie, pandemie, eccetera. In una Europa che va sempre più verso la privatizzazione del sistema sanitario, domani potremmo essere noi a bussare ai cancelli africani per farci curare ma, nel frattempo, l’Africa, vista anche la pessima riuscita del Covax (9), si salverà forse da sé. Tra i partner anche l’impegno a facilitare l’organizzazione di eventi culturali e scambi artistici, promuovere il turismo, oltre che lo sviluppo della cooperazione in ambito sportivo. Quasi a proposito di quanto accaduto a Milano (10), ci si “oppone alla politicizzazione degli sport nelle organizzazioni internazionali”.
Infine, riguardo al climate change, si intende “implementare, sulla base delle migliori conoscenze scientifiche e delle capacità rispettive e comuni – ma con differenti responsabilità (CBDR&RC) – quanto previsto dalla United Nations Framework Convention on Climate Change del 9 maggio 1992 (11) e il Paris Agreement del 12 dicembre 2015, al fine di assicurare l’adattamento e una maggiore resilienza degli Stati verso gli effetti negativi del cambiamento climatico, e di rispondere e perdite e danni”. E così l’Africa ci ricorda che è dal 1992 che alle Nazioni Unite si discute di gas serra e fa specie che i Paesi che hanno continuato a produrne, anche acquistando le quote di quelli in via di sviluppo, lo trasformino in un’urgenza di cui paiono essersi accorti d’un tratto. Si sottolinea, inoltre, che occorrerà “lavorare su percorsi di transizione energetica giusti, e in linea con gli sforzi per raggiungere gli obiettivi di uno sviluppo sostenibile in accordo con la 2030 Agenda for Sustainable Development” (13) e con la African Union’s Agenda 2063: The Africa We Want (14). A tal fine gli Stati africano fanno presente che è indispensabile il “trasferimento di importanti tecnologie a basse emissioni per per dare agli Stati africani la capacità” di resilienza e adattamento al cambiamento climatico, “tenendo a mente che finanziare azioni a favore del clima non dovrebbe accrescere il debito degli Stati africani o comportare perdite di sovranità”. Una preoccupazione più che legittima visto che quando si muovono il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, le imposizioni per recuperare i finanziamenti e i loro interessi legano le mani della politica, tagliano servizi pubblici e diritti sociali, favoriscono privatizzazioni ed espropri oltre a concentrazioni di ricchezze e risorse nazionali che passano in mano straniera. Proprio per evitare che l’Occidente speculi sul climate change imponendo nuove forme di colonialismo, la Dichiarazione pone l’accento sull’importanza di evitare “la politicizzazione dell’azione sul clima e l’ambiente a livello internazionale, il suo uso per ottenere un vantaggio competitivo sleale, interferire negli affari interni degli Stati e restringere la loro sovranità sulle risorse naturali”. Infine si rivendica per ciascun Paese il diritto a “scegliere i meccanismi migliori per proteggere e gestire l’ambiente, adattandosi al cambiamento climatico e assicurando una giusta transizione energetica in linea con le circostanze e capacità nazionali”. La Federazione russa e i Paesi africani coopereranno a “progetti congiunti per la protezione ambientale e lo sviluppo sostenibile, inclusa la riduzione delle emissioni di gas serra, lo sviluppo di energie a bassa emissione e il supporto allo sviluppo di un’economia circolare”.
Vedremo nei prossimi tre anni quali e quanti di questi progetti saranno sviluppati dalla partnership russo-africana.
(1) La Dichiarazione finale in versione integrale in inglese: http://en.kremlin.ru/supplement/5972
(2) Il 14 dicembre 1960 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione 1514 (XV): Dichiarazione per la garanzia dell’indipendenza dei Paesi e dei popoli coloniali “che proclama solennemente la necessità di porre rapidamente ed incondizionatamente fine al colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”: https://www.colonialismreparation.org/it/condanna/nazioni-unite-colonialismo.html
(3) 2005 Ezulwini Consensus
(4) Sirte Declaration
(5) Collective Security Treaty Organization: https://en.odkb-csto.org/
(6) Shanghai Cooperation Organization: http://eng.sectsco.org/
(7) Il pezzo su InTheNet dedicato alle conclusioni dell’ultimo G7: https://www.inthenet.eu/2023/06/23/g7-e-cina-botta-e-risposta/
(8) Il documento originale in inglese: https://www.unido.org/news/third-industrial-development-decade-africa-focus-green-energy-and-energy-access-unga
(9) L’articolo de Il Manifesto: https://ilmanifesto.it/il-fallimento-cocente-del-programma-covax
(10) L’esempio più recente della politicizzazione dello sport:
https://www.inthenet.eu/2023/08/04/luomo-e-lelefante/
(11) United Nations Framework Convention on Climate Change del 9 maggio 1992
(12) Paris Agreement del 12 dicembre 2015: https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement
(13) 2030 Agenda for Sustainable Development: https://sdgs.un.org/2030agenda
(14) African Union’s Agenda 2063: The Africa We Want, https://au.int/en/agenda2063/overview
venerdì, 11 agosto 2023
In copertina: Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay.
Nel pezzo: Il logo dei BRICS, foto di Gordon Johnson; un panicolo di riso, foto di Inno Joseph (entrambe da Pixabay)